Matsby. Archivio 005.

Ti chiedo subito, se oggi arrivasse una persona che non ha mai ascoltato una tua canzone e ti chiedesse semplicemente chi è Matsby, cosa risponderesti?

Matsby è una persona che si sente fuoricorso nella vita. Ho usato questa metafora universitaria per parlare delle aspettative e della sensazione di sentirsi un po’ in ritardo rispetto agli altri. Attraverso la mia musica fotografo le diverse fasi della mia vita: il disco precedente, “Post-Teenager” , raccontava quel momento in cui non sei più un adolescente ma non ti senti ancora un adulto, mentre “Fuoricorso” parla di quel periodo in cui stai cercando il tuo posto nel mondo. Credo che la mia musica parli proprio a tutte quelle persone che, almeno una volta, si sono sentite un po’ fuoricorso.

Per capire chi sei oggi bisogna guardare anche al percorso che ti ha portato fin qui. Ci siamo incontrati a fine 2024 durante un IndieItaly Party: da allora cosa senti sia cambiato nel tuo modo di fare musica e in quello che vuoi comunicare?

In quel periodo stavo facendo uscire l’ EP “Agrodolce” e iniziavo a scrivere “Fuoricorso”.  La differenza principale è che oggi ho una missione più precisa: rovesciare il significato della parola fuoricorso e trasformarla in qualcosa di cui non vergognarsi “Agrodolce” invece, raccontava la sensazione di essere giovani adulti in cerca del proprio posto nel mondo.

La parola Fuoricorso viene spesso usata con un’accezione negativa, come se significasse non essere riusciti a rispettare una tabella di marcia. Eppure viviamo in una società che sembra imporre una scadenza per ogni cosa. Quando hai capito che essere fuoricorso non era più qualcosa da nascondere o da recuperare, ma poteva diventare un modo diverso di raccontare te stesso?

L’ho capito osservando le storie di persone molto più grandi di me. Vedevo persone che fino ai 40 o ai 50 anni avevano avuto un percorso molto lineare: una vocazione, un lavoro, una stabilità. Poi, all’improvviso, hanno cambiato completamente vita. Questa cosa mi ha aperto una finestra. Mi ha fatto capire, prima di tutto, che c’è sempre tempo per ascoltare i propri valori e trasformarli in azioni, che siano lavorative, personali o di qualsiasi altro tipo. E poi mi ha dato una grande serenità. La vita è breve, ma allo stesso tempo è anche molto lunga. Per questo credo che etichettarsi con una parola così fallimentare come fuoricorso sia profondamente ingiusto.

Forse il sentimento più comune legato al sentirsi fuori tempo è proprio questo confronto, secondo te oggi abbiamo più paura di fallire oppure di sentirci fuori tempo rispetto agli altri?

Le due cose sono un po’ complementari, abbiamo paura di tutte e due le cose. Di sentirci indietro rispetto agli altri e di essere un fallimento. Questa cosa la trovo molto ingiusta perché vedo proprio le persone, e anche a me è capitato, che si annebbiano.

Appena provano questa sensazione qua, non riescono più ad amare, a vivere in maniera leggera. Cioè, comunque siamo giovani. Con questo progetto mi piacerebbe un po’ calmare me in primis e poi le persone che provano questa cosa.

Parliamo invece della città in cui ti sei trasferito, Milano. Nell’immaginario degli artisti è una città particolare: da una parte promette tantissime possibilità, dall’altra sembra che tutti stiano andando molto veloce. Essere a Milano ti ha fatto sentire ancora più fuoricorso oppure ti ha dato lo spazio per costruire il tuo percorso senza dover inseguire quello degli altri?

Secondo me sono vere entrambe le cose. Da una parte, Milano mi ha dato un ambiente molto stimolante: vivo con amici che non fanno musica e che si occupano di altro, quindi riescono a portarmi fuori da quella dimensione di confronto continuo. Con loro c’è un clima molto più leggero, fatto anche di cose semplici. Dall’altra parte c’è la scena artistica, e lì effettivamente non è facile. A Milano vedi le persone che fanno cose, i percorsi degli altri sono molto più vicini e il confronto può diventare pesante, ancora più dei social. Io sono arrivato qui sentendomi abbastanza preparato, anche grazie a un percorso personale che ho fatto, ma mi sono reso conto che è comunque una città tosta. Secondo me avere delle persone accanto è fondamentale, perché ti aiutano a non perdere la tua prospettiva.

Parlando invece della tua scrittura, una cosa che ritorna spesso è la nostalgia. Però non mi sembra una nostalgia semplicemente rivolta al passato, quanto più verso tutte quelle possibilità che abbiamo lasciato indietro: le versioni di noi che avrebbero potuto prendere strade diverse. C’è una versione di te che ogni tanto immagini? Una strada che non hai scelto e che ti chiedi come sarebbe stata?

Beh sì, diciamo che questo è un tema molto grande. Hanno fatto anche dei film interessanti a riguardo, tipo Sliding Doors. Ci penso spesso, perché nella vita ho fatto tante cose: mi sono laureato in Lettere, sono stato sei mesi ad Amburgo come ragazzo alla pari, ho imparato il tedesco. Avevo tante possibilità davanti a me: fare l’insegnante, la guida turistica, intraprendere strade completamente diverse. Ogni tanto, per gioco, penso a che vita avrei avuto se avessi scelto una di quelle strade. Però questa è la vita che ho scelto, quindi voglio anche godermela senza rimpianti né rimorsi. Anche perché, se davvero non avessi voluto fare questo, probabilmente non l’avrei fatto.

Quindi nessun rimorso?

No, nessun rimorso.

Il tuo ultimo singolo, MACHEBELLO È! ha un’energia diversa, rappresenta un momento in cui hai imparato ad affidarti di più alla possibilità che qualcosa di bello possa arrivare?

Sì, perché una trappola in cui spesso si cade è quella dell’iperrazionalizzazione: cercare di prevedere ogni conseguenza invece di fidarsi delle proprie sensazioni e del proprio intuito. Trasferendomi a Milano mi sono affidato alla mia voce interiore, sentendo che era un cambiamento necessario. MACHEBELLO È! nasce proprio da questo: dalla consapevolezza che ogni cambiamento porta difficoltà, ma anche dalla bellezza diessere in movimento.

Parlando del rapporto con il tuo pubblico: c’è un messaggio o un incontro che ti ha fatto capire che una tua canzone fosse entrata davvero nella vita di un’altra persona?

Ultimamente ho portato live anche degli inediti del nuovo disco, c’è questo pezzo che si chiama “Godere” e in diverse occasioni quando l’ho cantato ho visto delle persone piangere. Ho capito di essere riuscito a comunicare quello che volevo. Poi ci sono i messaggi che ricevo: una ragazza mi ha scritto che, dopo aver ascoltato “Fuoricorso”, si vergogna meno di sentirsi fuori corso. E questa cosa è davvero stupenda.

Ti faccio un’ ultima domanda: cosa stai inseguendo che ancora nessuno vede?

Sto cercando di raggiungere un equilibrio che probabilmente non so se ho ancora raggiunto. Sono nato come fruitore di rap conscious emotivo fin da bambino, da Mezzo Sangue a Mac Miller, passando per il Marracash più emotivo. Poi negli anni mi sono affezionato alla musica più suonata, al cantautorato, a Brunori Sas, Lola Young, Sam Fender, i Radiohead. Con Fuoricorso ho fatto un po’ il disco che volevo fare da cantautore pop, con basi tutte suonate e strumenti veri. Quello che vorrei fare in futuro è un progetto che sia una fusione tra rap emotivo e cantautorato emotivo.

Intervista di Natalia Amadori

 

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