Ci sono artisti che associamo a un periodo preciso della nostra vita, li ascoltiamo per qualche mese, magari per un’estate intera, e poi rimangono lì, chiusi in una playlist che finiamo per aprire sempre meno.
Con Calcutta succede qualcosa di diverso, poiché le sue canzoni non sembrano appartenere a un momento preciso, ma tornano. Tornano quando una relazione finisce, quando una domenica pomeriggio si trascina più del previsto, quando ci ritroviamo a guardare fuori dal finestrino di un treno senza sapere bene a cosa stiamo pensando. Forse è per questo che, a distanza di anni, continuiamo a cercarlo. Ci manca quella sensazione che riesce a raccontare meglio di tanti altri, quella specie di malinconia quotidiana che non nasce da un evento preciso, ma da quel senso di inquietudine che ogni tanto accompagna la vita di tutti i giorni.
La forza di Calcutta è sempre stata questa, ovvero prendere emozioni enormi e nasconderle dentro immagini apparentemente casuali, lasciandoci in mezzo a un pensiero incompleto, a una sensazione che riconosci subito anche se non sai spiegarla. È quello che succede in Cosa mi manchi a fare, una canzone che gira tutta attorno all’idea di dover “reimparare a camminare” dopo l’assenza di qualcuno. Non c’è rabbia, non c’è vendetta, non c’è nemmeno una vera elaborazione del dolore, c’è soltanto la consapevolezza che andare avanti è possibile, ma richiederà tempo. E forse è proprio questa semplicità a renderla così universale.
In fondo Calcutta ha sempre raccontato persone che cercano una via di fuga, non necessariamente da qualcuno, ma da qualcosa, dalle aspettative, dalla frenesia, da un mondo che sembra andare in una direzione diversa dalla loro. In Del verde questa tensione emerge in modo chiarissimo. Per anni il brano è stato letto come una semplice canzone d’amore, ma dietro quel desiderio di avere “del verde tutto intorno” c’è qualcosa di più profondo. C’è il sogno di sottrarsi a una realtà che soffoca, di allontanarsi dal contesto urbano e ricominciare altrove. Quando canta che “ci vorrebbe una notte” per viaggiare e ricominciare, sta parlando di una generazione intera che spesso sogna di scappare senza sapere davvero dove andare.
Ed è qui che Calcutta diventa interessante, poiché le sue canzoni non offrono soluzioni, ma restano in quello spazio indefinito che precede una decisione, un cambiamento, una rinascita.
Forse è proprio qui il segreto di Calcutta, non nel linguaggio surreale, non nelle immagini spiazzanti, il segreto è che riesce a dare forma a emozioni che normalmente restano senza nome. Ci racconta quando siamo confusi, quando siamo nostalgici, quando non abbiamo voglia di stare dove siamo. Ci racconta quando ci sentiamo fuori posto rispetto al resto del mondo.
Perché continuiamo a tornare alle sue canzoni proprio nei momenti più vuoti? Forse perché nessuno come lui è riuscito a trasformare l’incertezza, la nostalgia e il desiderio di essere altrove in qualcosa di condivisibile. E quando ci sentiamo persi, sapere che qualcun altro ha provato a raccontare quelle stesse sensazioni diventa una forma di conforto.
