“FARE MUSICA È LA MIA OSSESSIONE”
Chi è INCUBO?
Un ragazzo che scrive canzoni, semplicemente, che ama la musica e che scrive canzoni.
Come stai?
Come canto nel brano PREGHIERA/1, “Oggi sì, sto bene”! Quella canzone è nata come uno sfogo. Il testo è composto da cinque frasi che si ripetono quasi all’infinito. Ricordo che ero appena tornato dal lavoro, ero stanco, sono andato in studio, c’era Hara, ho scritto quelle frasi su un foglio e gli ho detto: “Ho finito. Oggi era questo quello che avevo da dire.” Alla fine il messaggio era tutto lì, avevo semplicemente voglia di cantare perché è quello che mi fa stare bene. In quel periodo il lavoro mi stava stretto, sentivo di non riuscire a esprimermi come volevo, e quella canzone racchiude proprio quella sensazione. È il desiderio di fare musica, di seguire quello che sentivo davvero, nonostante tutto il resto.
Che lavoro facevi?
Ho fatto l’elettricista per 3 anni.
Questa cosa ti ha dato una spinta in più per riuscire a fare quello che volevi fare oppure ti ha frenato? Come hai vissuto questa situazione?
Il tempo era poco per fare musica, andavo in studio di notte, a volte ci dormivo anche, però nonostante la stanchezza, nonostante un po’ tutto, cercavo sempre il mio tempo da dedicare alla musica, spinto dalla passione.
La tua musica è leggera, dà speranza, il tuo nome preannuncia invece qualcosa di oscuro. Mi parli di questa dicotomia tra musica e persona?
In realtà il nome l’ho scelto tanto tempo fa. Nasce dal fatto che ho sempre fatto sogni molto particolari, e ancora oggi mi capita di sognare cose che poi, in qualche modo, finiscono per realizzarsi. Più che sogni, spesso sono veri e propri incubi. Per me l’”incubo” rappresenta proprio quella parte di realtà che racconto nelle mie canzoni. La differenza è che scelgo di raccontarla con leggerezza. È un modo per sdrammatizzare quello che ho vissuto o che vivo ancora oggi. Alla fine credo che anche le esperienze più pesanti possano essere affrontate con un sorriso. Infatti, in molti miei pezzi parlo di temi tutt’altro che leggeri, ma lo faccio con un linguaggio e un’atmosfera più luminosa, perché è il mio modo di dare speranza e di convivere con certe cose, invece di farmene schiacciare.
Sei una persona a cui piace ballare?
Ho due lati, non amo andare a ballare in discoteca, amo più i pub, però nei pub solitamente se c’è da ballare, ballo anche sui tavoli. Se sono con gli amici ci divertiamo, beviamo e cantiamo.
Com’è stato coltivare la musica a Empoli?
A Empoli ci sono poche cose da fare, c’è un bar aperto che è un pub e il resto è tutto chiuso adesso, mentre a Roma ci sono molti posti dove andare, ho molte amicizie lì, mi diverto molto in entrambi i posti alla fine. Forse però la noia ti fa fare cose che magari in altri posti non faresti perché saresti pieno di attività e il fatto di non avere tante cose da fare ti sprona a dire: “Ok, voglio fare qualcosa per andare via da qui”.
Hai iniziato a suonare da piccolo?
Sì, ho iniziato a suonare la chitarra a 14 anni, poi a 17 ho cominciato a scrivere e da lì in poi è stato tutto un continuo, mi sono impuntato a farlo ed è diventata un’ossessione vera e propria.
Senti di star vivendo una vita Rock ‘n Roll?
Durante la scrittura del disco dormivo tre ore a notte, tutte le sere in studio, venivano anche gli amici, e con i musicisti bevevamo birre fino al mattino. Era un delirio, quello è un po’ il mio concetto di eccesso.
Quali sono gli artisti che ti hanno guidato e che ti hanno ispirato?
La canzone della mia vita è Iris dei Goo Goo Dolls, che ho anche tatuata. Però sono cresciuto con un MP3 che mi regalò mio padre, c’era tutto quello che ascoltava lui: gli Scorpions, Ligabue, Max Pezzali, Grignani, Vasco Rossi. Molta musica italiana, quindi non so dirti precisamente chi, ma sicuramente un po’ tutto quel mondo.
Chi è il ragazzo in copertina? Qual è il legame che avete?
È HARA. Ci siamo conosciuti circa due anni fa, forse anche qualcosa in più, durante un evento di beneficenza. Lui stava suonando il pianoforte insieme a una ragazza, mentre io ero lì per cantare. All’inizio è nata semplicemente un’amicizia. Poi, una sera, siamo andati in studio insieme e da quel momento è cambiato tutto. Per quasi un anno ci siamo ritrovati praticamente tutte le sere a fare musica, sperimentare e scrivere. Da quel percorso, umano prima ancora che artistico, è nato Se va male, balliamo. La copertina racconta anche questo: il legame con una persona che è stata fondamentale nella nascita del disco.
Ascoltando “Stanza Blu” mi è venuto da chiederti: qual è la cosa che ti manca più di tutto?
Forse mi manca un po’ la spensieratezza che avevo quando ho iniziato a scrivere. In quel periodo facevo musica senza troppe aspettative, in modo molto istintivo. Negli ultimi anni ho dedicato praticamente tutto il mio tempo a questo percorso e, inevitabilmente, ho sacrificato tante cose, anche il tempo con gli amici. È qualcosa che ogni tanto mi manca, ma è un sacrificio che sento valga la pena fare, perché sto inseguendo quello che ho sempre voluto.
Qual è la canzone che hai impiegato di più a scrivere?
Stanza Blu, senza dubbio. Avevo iniziato a scriverla circa quattro mesi prima, poi l’ho lasciata lì perché sentivo che mancava qualcosa. L’abbiamo ripresa insieme al mio coinquilino, Cristian Riccetti, e mi ha aiutato a sbloccare una parte di me che fino a quel momento avevo scelto di non raccontare: la mia infanzia, quello che ho vissuto da piccolo. All’inizio quei ricordi sembravano non avere molto a che fare con la canzone, ma poi, mettendo insieme tutti i pezzi, ho capito che erano fondamentali. È stata proprio quella parte a darle il finale e il significato che cercavo.
Quando tutto crolla, se ti è mai capitato, cosa ti ha fatto risalire e dire “se va male balliamo”?
Mi è successo circa otto mesi fa. Per alcuni problemi personali ho dovuto lasciare casa e sono andato a dormire sul divano di un amico per sei mesi. In quel momento mi sono detto: “Se mi fermo adesso, sono perduto. Devo continuare.” Da lì è nato anche il senso di Se va male, balliamo: non è fingere che vada tutto bene, ma scegliere di andare avanti anche quando sembra che stia crollando tutto.
Perché ballare?
Perché è probabilmente l’ultima cosa che ti verrebbe da fare quando stai male. Se io sto male, ad esempio, mi viene da cantare, non certo da mettermi a ballare. Mi piaceva proprio questo contrasto, usare un gesto che normalmente associ alla leggerezza per raccontare un momento difficile. È questo il senso del titolo.
Bello. Io non so ballare, quindi ti invidio molto.
Sì, anch’io non so ballare, mi muovo in maniera goffa.
Hai già in mente il disco nuovo?
Ora c’è da lavorare. C’è da scrivere.
Intervista: Valentina Brozzu
Coordinamento editoriale: Sara Mancini
