Glomarì, Mammina e i mondi che inventiamo per comprendere la realtà

Un lenzuolo può diventare una tenda, uno specchio un portale, un’ombra una presenza. Basta cambiare il modo in cui guardiamo le cose perché il mondo, almeno per un momento, diventi un altro. Ma dove finisce la realtà e dove comincia l’immaginazione?

Ci piace pensare che esista un confine preciso tra le cose per come sono e quelle che inventiamo. Eppure, il nostro sguardo è già influenzato da ricordi, desideri e paure: così, un oggetto può smettere di essere soltanto ciò che è e diventare il simbolo di qualcosa che non sappiamo esprimere altrimenti.

È in questo spazio incerto che si incontrano universi apparentemente lontani: quello musicale e visivo della cantautrice Glomarì, dove immagini quotidiane appaiono insolite e grottesche, e quello del film Mammina (The Other Mommy), in cui la promessa di un mondo alternativo può nascondere qualcosa di inquietante.

E se l’immaginazione non fosse una fuga dalla realtà, ma il modo in cui impariamo a guardarla?

Nel panorama horror contemporaneo, Mammina si inserisce in una narrazione sempre più ricorrente: ingigantire paure quotidiane e renderle concrete attraverso il soprannaturale, per parlare di qualcosa di molto più vicino alla nostra realtà. Al di là dei jumpscare e delle immagini disturbanti, il film invita a guardare ciò che si nasconde dietro la figura di Bela, una bambina che si trova ad affrontare una realtà familiare sempre più fragile. Nonostante la presenza del padre, Bela avverte la distanza della madre, spesso assorbita da altro, e percepisce che qualcosa si è incrinato nell’equilibrio familiare. Non sa necessariamente spiegare ciò che accade, ma ne sente gli effetti. È in questo spazio di solitudine che l’immaginazione interviene: la bambina dà forma alla madre che vorrebbe, finché quella figura si trasforma in una presenza mostruosa, capace di allontanarla dalla famiglia. A offrirle una prospettiva diversa è la nonna, che ascolta Bela quando il resto della famiglia sembra non riuscire a comprenderla. Le insegna che nessuno può proteggerci da ogni sofferenza, ma che anche le paure più dolorose possono essere affrontate, pur lasciando delle cicatrici.

È proprio qui che il film incontra l’universo di Glomarì:

‘’Sono nata e cresciuta nell’asilo dello smarrimento’’, canta in ‘’Chi ha potato le siepi del labirinto?’’, brano contenuto nel suo ultimo album, ‘’Strumenti dell’indugio’’, uscito a marzo. La sua voce sembra arrivare da un luogo onirico, mentre le sonorità del brano costruiscono un paesaggio in cui è facile perdere l’orientamento. Ascoltare questo disco è come seguire una lucciola lungo un sentiero immerso in una foresta illuminata dalla luna: una piccola luce che ci guida nel mondo immaginato dall’artista, senza però svelarne i misteri.

Il labirinto diventa così la metafora dello smarrimento che accompagna la crescita: ci muoviamo tra siepi che delimitano il nostro sguardo, cercando una verità che ancora non riusciamo a comprendere. Quando le siepi vengono tagliate, il mondo finalmente si rivela, ma non è detto che corrisponda a quello che avevamo immaginato. Vedere la realtà più chiaramente, infatti, non significa necessariamente essere pronti a comprenderla.

Una volta disorientati nel grigio mondo del reale, Glomarì, nel brano Un Uovo Mondo, ci invita a recuperare l’immaginazione, strumento con cui reinventarlo o, quantomeno, colorarlo:

‘’Invitati a questa melodia sono qui per apparecchiare un uovo mondo’’.

Apparecchiare un mondo nuovo significa creare uno spazio in cui ciò che abbiamo vissuto possa assumere un significato diverso, aprendoci a nuove possibilità e permettendoci di guardare la realtà con occhi diversi, senza per questo doverla abbandonare.

Ma immaginare un mondo nuovo non significa fuggire da ciò che ci spaventa. Anche Bela, in ‘’Mammina’’, cerca nella fantasia un rifugio, ma può liberarsi dalla presenza minacciosa solo affrontando le proprie paure. È qui che il film incontra ‘’Il Teatro dell’Anima’’ di Glomarì, dove ‘’se guarire è come cambiar forma’’, la paura può trasformarsi e trovare una voce. Nel videoclip, maschere e marionette  trasformano il familiare in qualcosa di inquietante, dando corpo alle paure attraverso immagini grottesche. Come suggeriscono entrambe le opere, immaginare non basta: bisogna riconoscere ciò che ci spaventa e imparare ad affrontarlo, invece di lasciarlo agire nell’ombra.

Forse è proprio questo il punto d’incontro tra ‘’Mammina’’ e l’universo di Glomarì: imparare a guardare il mondo senza smettere di meravigliarsi. Come Amélie, protagonista de ‘’Il favoloso mondo di Amélie’’, anche da adulti possiamo continuare a osservare la realtà con gli occhi della magia, ritrovando nelle piccole cose ciò che spesso ci sfugge. È uno sguardo che ricorda il fanciullino di Pascoli, capace di scoprire meraviglia nelle cose più semplici e di intravedere ciò che lo sguardo stanco degli adulti non sa più cogliere. Perché l’immaginazione non cancella il perturbante: gli cambia i colori.

A cura di Nensi Troiano

 

 

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